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La chirurgia del ginocchio


Negli ultimi anni gli interventi di protesi sono sempre più frequenti, perché rispondono all’esigenza di un numero crescente di senior di mantenere un’alta qualità di vita, movimento compreso. Dai materiali più resistenti all’usura al design che cerca, in un prossimo futuro, di risparmiare i legamenti, evoluzioni e prospettive della tecnica chirurgica

Intervista a Araldo Causero

  • Direttore Clinica Ortopedica, Dipartimento di Chirurgia Generale Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine

  • Direttore Scuola di Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia, Università degli Studi di Udine

  • Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia

> siot.it

di Luisa Castellini

Quali sono le indicazioni per l’intervento?

Nella maggioranza dei casi la protesi si rende necessaria a causa di un’artrosi primitiva del ginocchio o di un’artrosi secondaria ad altre patologie, come le malattie infiammatorie reumatologiche o ematologiche (emofilia) che determinano una degenerazione dell’articolazione. O, ancora, in seguito a traumi non ben guariti, come spesso capita quando le fratture interessano tibia e/o femore in prossimità del ginocchio. Condizioni, tutte, che conducono a dolore e limitazioni funzionali anche importanti e, spesso, a difetti della superficie articolare o di asse come ad esempio il ginocchio varo o valgo tipicamente femminile.

Perché è sempre più richiesto?

Oltre al deficit funzionale è spesso presente il dolore e la chirurgia è la soluzione migliore. Mentre il numero di interventi di protesi d’anca, che è stato in crescita per anni, si è stabilizzato, quelli al ginocchio sono ancora in aumento. Già nel 2010, negli Stati Uniti, si eseguivano 500 mila interventi l’anno. In Italia abbiamo già raggiunto quota 150 mila, ma gli impianti sono destinati a crescere entro il prossimo decennio in relazione all’invecchiamento della popolazione, al miglioramento dei risultati e verosimilmente anche all’introduzione di nuove tecnologie come la chirurgia computer assistita e robotica. Oggi i senior cercano una qualità di vita superiore e questo significa potersi muovere, e bene, e spesso anche praticare uno sport.

Come si è evoluto l’intervento?

La tecnica chirurgica è rimasta nella sua essenza la stessa, ma i materiali sono di qualità superiore. Oggi il polietilene impiegato ha ridotto l’usura delle protesi, che quindi hanno una durata maggiore, e nel design si sono registrate molte innovazioni, considerando che nel ginocchio è come se ci fossero tre articolazioni. Già da vent’anni in alcuni centri le protesi sono realizzate con procedure computer assistite e la chirurgia robotica è entrata in sala operatoria. Oltre alla protesi totale, esistono anche interventi parziali che riguardano solo l’articolazione femoro-rotulea, o la femoro-tibiale mediale o la femoro-tibiale laterale, con l’obiettivo di conservare i legamenti.

Come cambia la chirurgia di revisione?

In presenza di infezioni alla protesi, che sono la causa di fallimento più temuta e la cui incidenza è in aumento in relazione alle migliori possibilità diagnostiche (l’incidenza si aggira intorno all’1,5-2%), sono necessari interventi di sostituzione, anche in più tempi. Gli interventi di revisione si rendono anche necessari quando il primo impianto è realizzato in un paziente giovane, che quindi sottopone la protesi a un uso intenso che ne determina più facilmente l’usura. Sono interventi più complessi, perché si opera spesso in presenza di una qualità dell’osso e dei tessuti minore.

Quali sono gli obiettivi della chirurgia del ginocchio?

Nonostante i grandi progressi, resta un’elevata percentuale di pazienti insoddisfatti perché non sentono più il ginocchio come un tempo. Oggi con l’intervento viene rimosso sempre il crociato anteriore e in alcuni casi anche il posteriore. Gli impianti suppliscono questa carenza, ma il paziente percepisce la differenza della meccanica articolare. Per questo sono allo studio protesi che consentano di risparmiare entrambi i legamenti.

Quali sono i benefici delle terapie non chirurgiche?

La terapia farmacologica con antidolorifici e antinfiammatori è utile per migliorare i sintomi. Sono anche disponibili farmaci come l’acido ialuronico che per via intra articolare agisce sulla cartilagine. Le più grandi speranze sono poste nello sviluppo della medicina rigenerativa con l’impiego di cellule staminali per rallentare la progressione della patologia. La terapia fisica, la chinesiterapia e tutte le metodiche incentrate sul movimento hanno il pregio di rafforzare la muscolatura e quindi sono importanti in preparazione all’intervento e per il recupero. Anche la magneto-terapia si dimostra utile, ma non vi sono evidenze scientifiche di dimostrata efficacia.

Quanto dura una protesi al ginocchio?

È la domanda che ogni chirurgo si sente porre dai propri pazienti. La durata dipende dal tipo di impianto, dall’uso che ne fa il paziente, dalla qualità dell’osso, dalla presenza o meno di osteoporosi o di complicanze. In media, a 10 anni dall’intervento, oltre il 95% delle protesi è in sede e funzionante. A 15-20 anni, circa l’80%. Gli impianti negli anziani durano di più perché le esigenze funzionali sono minori. Un under 55 che si sottopone all’intervento deve metterne in conto un altro in futuro.

Fonte: rivista Pharma Magazine Gennaio 2020

Foto © Depositphotos.com

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