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Sport glaciale

23.01.2019

 

Gli sport sulla neve o sul ghiaccio comportano prevalentemente due potenziali variabili che interferiscono sul metabolismo: la quota e la temperatura. Ci sono interessanti osservazioni relative alla quota: sopra i 1600m, progressivamente si hanno effetti anche molto rilevanti sul metabolismo. Per la temperatura invece non c’è un limite stabilito, si tratta di percezione individuale, entrano quindi in gioco indumenti, vento, e fattori non ponderabili.

La quota: la ragione della sua influenza sta quasi del tutto nella diminuzione della pressione di ossigeno dell’aria. Questa variabile interferisce notevolmente sia sul metabolismo energetico che sulle reazioni di recupero. È noto un calo di prestazione di circa il 20% ogni 300m (sopra i 1600m) e, in caso di permanenza in quota, un decremento della qualità del sonno. Ferme restando variabili individuali molto legate al patrimonio genetico, al diminuire dell’ossigeno c’è un adattamento condizionato prevalentemente dalla produzione di un mediatore detto Hypoxia Inducible Factor (HIF) che comporta sia un diverso lavoro dell’insulina che una riduzione della fase anabolica, intesa come proteosintesi di recupero. C’è un effetto inibitorio della re-sintesi muscolare che dovrebbe conseguire all’esercizio e all’ipossia, in altre parole si crea un bilancio negativo. Si interpreta questo fenomeno come una risposta alla scarsità di ossigeno: meno tessuto attivo richiede meno ossigeno, quindi è un efficiente fenomeno di adattamento all’ambiente.

 

La temperatura comporta un aumento del metabolismo, legato ad un tentativo di produrre calore, che rende significativamente più elevata la richiesta energetica quotidiana, a prescindere dall’esercizio praticato.
Ovvio che praticare sport magari intensamente, produce calore quindi riduce il fenomeno, ma è nei momenti di riposo o recupero che il freddo può avere effetti sensibili. Altro effetto importantissimo è quello sull’idratazione: sia la quota (che determina un aumento del consumo idrico), che il freddo (che comporta una diminuzione del senso di sete), possono condurre ad una disidratazione involontaria. In effetti gli studi su soggetti con permanenze anche brevi in quota e al freddo, dimostrano una tendenza alla disidratazione molto superiore rispetto a coloro che hanno fatto il medesimo esercizio ma a livello del mare e con clima temperato.

 

La nutrizione di conseguenza dovrà subire alcune accortezze: un aumento della razione calorica e nello specifico un aumento dei carboidrati e dei lipidi, in proporzioni legate al freddo percepito, meno alla temperatura ambientale. I pasti decisivi sono quello del mattino e quello della sera, il primo per avere la necessaria copertura energetica ed il secondo per recuperare al meglio, specie se il giorno dopo si ripete.
 

Andrà seguito un protocollo di idratazione preciso che non risenta del senso di sete ma che piuttosto si adatti a fasi di diuresi aumentata, assai frequenti, specie le prime volte dell’anno in cui ci si espone a questo ambiente. Non abbiamo evidenze su oligoelementi e vitamine, sebbene a logica, si potrebbe pensare che serva un particolare apporto di questi nutrienti, in letteratura non ci sono dati interessanti.
In sintesi, fino a quote che non superano i 2500 metri, salvo quello sull’idratazione, tutti questi fenomeni sono scarsi, e molto dipende anche dal tempo di permanenza in altitudine. L’esercizio fisico intenso però, comporta effetti che sopra i 1600 metri si estremizzano, con possibili importanti cali di prestazione e rallentamento del recupero, che ogni atleta deve considerare, ai quali si può ovviare tramite un’adeguata acclimatazione e un adeguamento delle scelte nutrizionali.

 

Fonte: rivista Farmacisti Preparatori Inverno 2019 – Unifarco

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